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Bagliori d’Argento a Etna Comics 2017

 

Nomen omen. Se è vero, come sostenevano i latini, che in ogni nome sta racchiuso il presagio del proprio destino, nel mondo del cinema è allora il cognome a essere l’elemento peculiare e quasi anticipatore dell’arte di chi lo porta. Argento, nella sfera cinematografica e psicologica dello spettatore comune, è sinonimo di un bagliore sinistro, l’evocazione non tanto del prezioso metallo quanto delle forme minacciose che lo stesso assume, quelle aguzze di una lama pronta a penetrare il cervello prima ancora che le carni. E’ la forza immaginifica del cinema a far diventare il cognome il medium ideale di simili sensazioni. E quale, fra le emozioni conosciute dall’uomo fin dal suo primo battito di ciglia, è la più primordiale se non la paura? Il cinema stesso dopotutto non ha battezzato i suoi primi spettatori col crisma originario del terrore (nello specifico quello di venire travolti da un treno in corsa)? La paura ci risveglia inconsapevoli non appena distaccati dal grembo materno e precede infine il nostro ultimo assopirsi dentro quello altro ed eterno. Non è più forte probabilmente dell’amore ma di certo l’ha sempre preceduto. Dario Argento è la paura o quantomeno un sinonimo di essa da quasi 50 anni. E se la paura è popular allora può diventare anche ospite speciale al Festival della cultura pop per eccellenza. Etna Comics 2017 nel giorno inaugurale, ha accolto il maestro della paura Dario Argento fra i gorgheggi di Cristina D’Avena, fumetti da ogni dove e cosplayer. Un matrimonio insolito ma anche, probabilmente, ben riuscito. Perché la filmografia di Dario Argento non soltanto vive sedimentata dentro l’immaginario fantastico e horror globalizzato, ma coesiste insieme ad altre suggestioni dentro molti subconsci. E’ il capitolo fondamentale di una biografia ludica in cui l’orrore riusciva ad incubarsi in mezzo a sogni più confettati (chi scrive vedeva sì “Bim, Bum,Bam” ma provava anche un’attrazione irresistibile per il poster di “Inferno” e gli spot televisivi di Italia 1 su “Profondo rosso” e “4 mosche di velluto grigio”). Un teorema sulla paura che occupa lo spazio nero sospeso fra due parentesi rosa. O, se preferite, un apostrofo rosso a forma di rasoio che ancora ci insegue.

Dario Argento a Etna Comics è presente ancor prima di fare la sua apparizione ufficiale in mezzo al pubblico. E’ presente già nelle parole affettuose dello scrittore e storico amico d’infanzia Adriano Pintaldi, autore di un interessantissimo volume (“Rosso come il sangue. Rosso come la passione”) che raccoglie interviste e testimonianze sull’ autore impresse, per l’occasione, su pagine fosche ed emoglobiniche (e lo stesso maestro Pintaldi ci incanta fuori scena con aneddoti legati alle collaborazioni col maestro, fra cui la genesi del dipinto, meraviglioso, usato per il poster di “Inferno” realizzato dalla moglie con la tecnica della serigrafia).  Ma Argento è anche in quella proiezione di “Suspiria” (in 4K) che precede l’incontro stesso e che riconferma, dopo l’ennesima visione (per il sottoscritto almeno la 35esima), una massima di ascendenza swansoniana: “Suspiria è sempre grande. E’ il cinema horror che è diventato piccolo!”. Tra le deflagrazioni cromatiche di Luciano Tovoli e le scudisciate sonore dei Goblin va in scena ancora una volta la fiaba più arty di Argento, quella che il maestro ha prelevato di peso dal proprio subconscio sotto l’ influenza letteraria di Thomas De Quincey e Mine-Haha di Wedekind (il passo successivo invece sarà un’irrazionalità svincolata quasi del tutto dalla struttura narrativa e che invaderà in modo “liquido” il capolavoro “Inferno”). Suspiria è classico, moderno e postmoderno al tempo stesso. Rinfaccia, se ancora ce ne fosse bisogno, quel bisogno insopprimibile degli spettatori di essere uditori passivi del racconto favolistico e insieme carne da macello attiva e protagonista del medesimo. E’ la rappresentazione di un meccanismo psicologico noto ma anche perfettamente celato al cinema: l’attesa del momento e il suo rifiuto, il desiderio (dell’omicidio of course) e il suo immediato respingimento. Osando, e senza paura di svilimenti, si potrebbe dire perfino che quella del (miglior) horror è una dinamica appartenente al porno, genere anch’esso legato a desideri primordiali e alla fascinazione del proibito. Ma al netto di ogni speculazione critica Suspiria resta, prima di ogni cosa, un horror, uno fra i migliori in assoluto nella storia della settima arte.

Dario Argento è presente fisicamente a Etna Comics dopo la visione di Suspiria. Una figura ben più discreta e minuta del potenziale immaginifico che da essa si è sprigionato. Un mito vivente che centellina le parole rispondendo a tutti e, con semplicità, rispondendo anche all’ovvio (quello in forma di domanda che gli è stato già rivolto altrove). Una leggenda che reagisce all’ammirazione che merita con la compostezza di chi ne è già consapevole. Ribadisce la verità di un’ispirazione che nasce da incubi personali e non nasconde qualche perplessità sul “Suspiria-remake” di Luca Guadagnino (“pare non ci siano le streghe” riferisce fra il laconico e il divertito) del quale tuttavia riconosce l’altezza del comparto tecnico-artistico. Rievoca poi, su sollecitazione del pubblico, qualche episodio biografico già noto (la sua autobiografia Paura ne è pieno) sul rapporto con gli attori, come quello pessimo avuto con Tony Musante dentro e fuori dal set de “L’uccello dalle piume di cristallo” o quello con la Cristina Marsillach di “Opera”. Amosfere pesanti o litigiose che forse, ragionando ex post, hanno dato perfino un contribuito alla perfetta riuscita di entrambe le pellicole. Del presente disdegna (come dargli torto?) la commediaccia italiana che ha imbastardito il gusto e fatto germogliare il disamore del pubblico nei confronti dei generi, mentre dell’horror attuale dimostra di prediligere cinematografie più esotiche come quelle orientali, sudcoreane, giapponesi o perfino messicane e brasiliane.

Non riconosce in Refn il suo erede come qualcuno azzarda per via di un “The Neon Demon” che strizzava l’occhio alle streghe evocando contrasti alla “Suspiria”. Quello di Refn è grande cinema ovviamente, ma non chiamatelo “remake non autorizzato” del capolavoro anni ‘70. Con l’autore danese tuttavia Argento condivide l’esperienza comune del restauro di “Zombi”, ovvero della versione argentiana proiettata a Venezia 73, che ha riportato il tema del living dead ai fasti e soprattutto alle metafore delle origini. A proposito di Zombi, chiamato a dire la sua intorno alle ragioni dell’attuale “ritorno ai ritornanti” che ha investito la cultura moderna (la serie The Walking Dead) rispetto al ribasso di quotazione per vampiri e licantropi, il maestro risponde con semplicità ed esattezza: “Probabilmente hanno più successo perché i morti viventi sono gli ultimi arrivati”. E unendo i puntini di un ideale filo rosso così sospeso tra Argento, Refn e Zombi non si poteva che arrivare, quasi per deduzione, a un’altra icona horror dell’attuale immaginario pop stavolta tutta nostrana. Parliamo di un tipo che con le albe dei morti viventi ha ancora oggi un rapporto decisamente vivo e cioè di Dylan Dog. Etna Comics diventa così la sede ideale per annunciare una storia di prossima pubblicazione dell’indagatore dell’incubo sceneggiata proprio dal maestro Dario. E’ Roberto Recchioni, fumettista e sceneggiatore e attuale curatore dell’eroe bonelliano, a siglare il progetto di questi sponsali inchiostrati di rosso (sangue).

Storie di sinergie ma soprattutto cronache di futuri matrimoni che si annunciano -letteralmente sulla carta- già memorabili. Storie di un affetto, quello nei confronti del maestro, che si è rinnovato puntualmente a Etna Comics, tra i bagliori vetrati di Suspiria e l’altro suo cinema recente, quello che da tempo ha abbandonato il territorio della sperimentazione pura (ma quelli erano gli anni ’70) per abbracciare con decisione i meccanismi più schietti e spediti di una narrazione scopertamente americana (Pelts, Jenifer, Giallo). “Suspiria abitava i territori della fiaba, Inferno quelli del sogno e La Terza madre quelli dello slasher feroce. Quale linguaggio parlerà il prossimo progetto?” gli chiedo. Ammicca sorridendo, forse lieto della domanda rivoltagli e dopo pochi istanti risponde “Il prossimo potrebbe tornare a parlare il linguaggio del sogno”. La risposta è di quelle che rende felici, anche perché chi scrive ha amato “Inferno” al di sopra di tanti, comunque riconosciuti, capolavori. Perchè è specialmente quando ha dialogato con le tenebre impalpabili del sogno che il linguaggio del maestro ha trasceso il cinema per diventare l’abisso in cui tutti noi siamo precipitati. Ed è in quelle profondità che vogliamo ancora perderci. Il momento conclusivo è per gli omaggi. Dalle onorificenze ufficiali di Etna Comics consegnate da Cateno Piazza fino alla tavola minimalista su Profondo Rosso disegnata dal geniale Matteo Civaschi, autore della collana Cinemology. In mezzo a queste c’è spazio anche per la consegna di un disegno originale concepito proprio per il festival e per la proiezione speciale di Suspiria. Nell’illustrazione il volto di Dario si stempera nel proverbiale pavone del finale, mentre le sagome delle Tre Madri ammiccano dal basso assumendo le forme di lame affilate e splendenti. Argento è proprio il sinonimo di quel bagliore.

 

Testo e disegno di Andrea Lupo

Foto di Anna Strano e Riccardo Marino

 

1 Commento

  1. Ottima recensione. Bellissimo disegno

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