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Silvio riscende in campo: un ‘ventennio’ berlusconiano tra carisma ed ostinazione

Berlusconi si ricandida. Forse no. Anzi sì. Dopo un anno abbondante di “panchina” Silvio Berlusconi riscende ufficialmente in campo (a meno di future smentite!). A pochi giorni dalle primarie che avrebbero dovuto designare il candidato premier del PdL, il Cavaliere con un coupe de theatre ha annunciato che si candiderà alle prossime elezioni politiche. Primarie annullate, dunque, e sogni di leadership frantumati per gli ormai ex candidati alla guida del partito berlusconiano.  A distanza di 19 anni dalla prima candidatura, Berlusconi si ripropone alla guida del Governo col medesimo approccio da ‘deus ex machina’, risolutore delle crisi. Se nel febbraio del 1994, annunciando la propria discesa in campo, dichiarò di volersi occupare della cosa pubblica “perché non voleva vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a un passato fallimentare”, analogamente oggi il Cavaliere afferma di avvertire l’obbligo morale di mettersi nuovamente al servizio dei cittadini perché “l’Italia è un paese sull’orlo del baratro e non può permettere che precipiti in una spirale recessiva senza fine”.

In questi 19 anni Berlusconi ha segnato ineluttabilmente la politica italiana. Anche a motivo del sistema elettorale maggioritario introdotto con la legge Mattarella del 1993, il Cavaliere ha spezzato in due l’agone politico italiano, consentendo la realizzazione di quel bipolarismo che, solo dopo la sua provvisoria uscita di scena del novembre 2011, ha cominciato a scricchiolare. Da quando Berlusconi è sulla scena politica, tutti gli interpreti si sono divisi tra berlusconiani e non berlusconiani. Il fondatore di Forza Italia è riuscito a creare una coalizione politica di centro-destra che ha unito, sotto il suo carisma ed il suo progetto politico, fazioni per certi versi diametralmente opposte come Alleanza Nazionale e Lega Nord.

Dall’altro lato il Cavaliere, nel corso della sua parabola politica, ha più volte consentito indirettamente che quasi tutte le forze dell’area di sinistra-centro si compattassero, accomunate dall’avversione verso la sua figura e la sua condotta politica e di vita. Basti ricordare l’esperienza de “L’Unione”, coalizione di centro-sinistra che andava da Rifondazione Comunista all’UDEUR di Mastella e che portò Romano Prodi alla vittoria delle elezioni politiche del 2006.

Il sociologo Max Weber scrive che il carisma è “una certa qualità della personalità di un individuo, in virtù della quale egli si eleva dagli uomini comuni ed è trattato come uno dotato di poteri o qualità soprannaturali, sovrumane, o quanto meno specificamente eccezionali. Sulla base di questi requisiti l’individuo in questione è trattato come un leader”. L’autorità che Berlusconi ha esercitato all’interno di Forza Italia e della Casa delle Libertà prima e del PdL poi, si è configurata indubbiamente come leadership carismatica, ovvero come “potere legittimato sulla base delle eccezionali qualità personali di un capo e dimostrazione di straordinario acume e successo, che ispirano lealtà ed obbedienza tra i seguaci”.

Questo carisma che per quasi due decenni ha reso Berlusconi leader incontrastato della propria compagine politica, nonché principale, forse unico, bersaglio degli attacchi degli avversari, pare adesso essersi sbiadito. La sua figura di capo e la sua autorità carismatica, un tempo percepite come rivoluzionarie, sembrano aver ceduto il passo al cosiddetto processo di routinizzazione e istituzionalizzazione, per il quale l’autorità carismatica è sostituita da una burocrazia controllata, da un’autorità costituita tradizionalmente, o da una combinazione di autorità tradizionale e burocratica. La nuova discesa in campo del Cavaliere non pare essere più accompagnata da un appeal ormai affievolito. Da parte degli (ex)-adepti accettarne la candidatura è quasi un atto dovuto nei confronti del proprio leader tradizionale, al quale non possono essere negati riconoscenza e sostegno. Da parte del fondatore di Forza Italia essa suona, invece, come il desiderio del cigno di intonare il proprio canto prima della dipartita.

Berlusconi è un grande attore che non vuole uscire di scena. E’ un fuoriclasse che non si arrende all’età, che rifiuta la panchina e non accetta di dover appendere le scarpette al chiodo. Così come nella vita privata non accetta l’invecchiamento e si ostina a osteggiare il decadimento dell’aspetto estetico tramite lifting e interventi chirurgici, così analogamente nel percorso politico prosegue a presentarsi come leader acclamato di un partito, il PdL, che per certi versi non esiste più. Se il Cavaliere torna in campo, è anche per rivivificare in prima persona tale compagine politica, il cui gradimento è ai minimi storici. Vuole misurarsi con questa, forse, ultima battaglia. Stupì tutti nel 2006 quando, con uno sprint formidabile in campagna elettorale, recuperò terreno su Romano Prodi, sino a riuscire a prendere più voti del Professore (il quale, però, a motivo del sistema elettorale, risultò vincitore). Non è certamente escluso che qualcosa del genere possa accadere anche stavolta. Magari al cospetto di un altro Professore.

 

Stefano Fiamingo

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