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L’Inno di Mameli a scuola: “Fratelli di quale Italia”?

La Patria es un invento”, “La Patria è un’invenzione” fa dichiarare il regista argentino Adolf Aristarain ad un protagonista del suo film “Martin (Hache)”. Al di là delle dissertazioni politico-ideologiche sulla rilevanza dei concetti di Patria e di Nazione, questa affermazione può certamente essere applicata alla ‘nostra’ Italia che, dopo 151 anni di “Unità”, continua ed essere frammentata in regionalismi e spinte indipendentiste più o meno fondate storicamente. Una volta fatta l’Italia nel 1861, il politico torinese Massimo D’Azeglio dichiarò che bisognava fare gli italiani, quasi legittimando l’idea che tanto l’una quanto gli altri fossero una forzatura politica, una creatura artefatta, una fictio storica. Quella che a scuola ci è stata presentata come una guerra di liberazione guidata da ideali patriottici di unità nazionale, fu in realtà qualcosa di molto simile ad una colonizzazione. L’unificazione, non a caso da taluni storici definita piemontesizzazione, nacque dalla guerra di conquista che il Regno dei Savoia mosse al Regno delle Due Sicilie per ragioni prettamente strategiche ed economiche.

Quello che oggi è divenuto il Mezzogiorno d’Italia, prima dell’unificazione statale d’Italia era uno dei paesi più industrializzati del mondo: il terzo, dopo Inghilterra e Francia. Prima dell’invasione del Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna era sull’orlo del fallimento, al punto che un deputato cavouriano nel 1859 ebbe a scrivere “O la guerra o la bancarotta”. Scelsero la prima opzione. Il regno d’Italia nacque con lo scopo di realizzare l’accumulazione del capitale necessario a far partire l’industria nelle regioni toscopadane che avevano diretto il processo di unificazione nazionale. L’accumulazione originaria si realizzò come estorsione delle giacenze bancarie dell’ex Regno delle Due Sicilie: all’atto dell’unificazione delle monete circolanti negli ex stati, nel Regno delle Due Sicilie furono ritirati 443 milioni, pari al 65,7% di tutta la moneta circolante nel nuovo regno d’Italia. In tal modo, come ha scritto Nicola Zitara, importante studioso meridionalista, “fu distrutta l’opera già compiuta nelle Due Sicilie e da questo selvaggio procedere si ricava il concetto di innaturalità della nazione italiana”: la distruzione del tessuto sociale ed economico del Meridione ha generato, dunque, un altissimo tasso di emigrazione.

Di tutto questo, però, la storiografia ufficiale non parla: i libri di scuola, opera di penna dei“vincitori”, da 151 anni ci raccontano, invece, la bella favola di un valoroso condottiero accompagnato da 1000 temerari che, sbarcato a Marsala, liberò tutto il sud Italia dal giogo borbonico. Adesso, a seguito della legge approvata lo scorso 8 novembre dall’aula del Senato, anche l’Inno di Mameli sarà insegnato a scuola, e sarà celebrata la «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera» nel giorno del 17 marzo in ricordo della data in cui, nel 1861, fu proclamata, a Torino, l’unità d’Italia. Le lezioni scatteranno già quest’anno, e saranno organizzati “percorsi didattici, iniziative e incontri celebrativi finalizzati ad informare e a suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento nonché sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale”. Prosegue, dunque, l’opera di indottrinamento, di occultamento e mistificazione della verità storica. Nel 1863, in una seduta segreta della Camera, fu dichiarato: <<Dobbiamo far dimenticare ai meridionali di essere se stessi! Noi li abbiamo salvati, loro non avevano nulla, sono sempre stati poveri ed arretrati>>. Si rimuove la memoria condivisa di un popolo, quello ‘meridionale’, allo scopo di annullarne l’identità, renderlo innocuo, assoggettarlo e uniformarlo alle imposizioni socio-economico-culturali della classe dirigente toscopadana.

“Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta” (Milan Kundera). Liquidare il Sud economicamente e asservirlo culturalmente al Nord era un chiaro progetto di Cavour. Un’opera che è stata portata avanti dai vari governanti che si sono susseguiti alla guida del Belpaese: un disonesto mosaico storiografico nel quale adesso anche il governo Monti ha posto la sua tessera.

La nazione italiana è un imbroglio retorico. “Ogni nazione – scrive Nicola Zitara – comprende le regioni che hanno vinto e le regioni che hanno perduto. Ogni nazione comprende regioni che continuano a vincere e regioni che continuano a perdere la guerra della spartizione della torta. Ma solo in Italia si è arrivati all’oltraggio intellettuale di ribaltare la verità”.

 

Stefano Fiamingo 

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