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Omaggio a “Indivisibili” e alle gemelle Fontana

 

A Venezia 73 è stato relegato nelle semplici e più anonime Giornate degli Autori. Qualche miope selezionatore infatti gli ha preferito (per il concorso) il lieve Piuma, “condannandolo” inesorabilmente a premi collaterali e qualche menzione speciale. Eppure “Indivisibili”, terrigno e visionario film del bravo Edoardo De Angelis (Mozzarella Stories, Perez e lo script di un successo come L’ora legale), sarebbe stato l’opportunità migliore per l’Italia per fare davvero la voce grossa all’ultimo festival lagunare. Occasione persa, quindi, in sede di selezione e poi nuovamente bruciata in vista degli Oscar del 2017 a causa della scelta suicida di individuare in “Fuocoammare” il candidato ideale per la cinquina del miglior film straniero, puntando di fatto solo alla persuasività dell’argomento e sottovalutando nei fatti la passione tutta americana per le rigide suddivisioni in categorie (lo stesso cinema di Michael Moore ha dovuto arrendersi alle catalogazioni dell’Academy per rientrare nelle cinquine dei soli documentari). Eppure nell’anno di “Suburra” e “Jeeg Robot” poteva essere proprio il film di De Angelis a squarciare il velo dell’incertezza (a dirla tutta masochistica) degli stessi selezionatori italiani, divisi tra rilancio del cinema di genere e proposta di un cinema più denso e autoriale. Gli esiti finali di quel traballante verdetto (che ha portato a sacrificare una categoria e a caricare di responsabilità l’altro candidato in solitaria) sono noti a tutti. E chissà se, in presenza di uno sguardo critico più lungimirante, al film di De Angelis oggi non sarebbe toccato realmente un destino diverso da quei 370.000 euro incassati in sala (per chi scrive un oltraggio, avendolo votato anche come film dell’anno del Sindacato Critici Cinematografici). Ma se la storia dei premi internazionali per “Indivisibili” pare essersi chiusa qui, non lo è invece l’altra storia, quella di un film che ha continuato la sua corsa conquistando festival (canadesi e londinesi), incassando David di Donatello (6), Nastri d’Argento (5), un Globo d’oro e 7 Ciak d’oro, e che soprattutto ancora continua a stregare quel pubblico attento che corre a recuperarlo in sala (o in arena) sfidando ogni forma di pigrizia intellettuale.

Il perché è facile intuirlo. “Indivisibili” non somiglia a nulla di ciò che è stato fatto nel cinema italiano recente. E’ una favola partenopea che odora di mare, sabbia e fumo. Il racconto fantastico (inteso quale declinazione cinematografica del reale) di due sorelle incatenate dagli orchi nel loro stesso castello osseo. Viola e Dasy, unite dal bacino, indivisibili per volontà (d’altri), separate già nella mente ma saldamente siamesi nel cuore. Cantano un neomelodico che pare sprigionarsi più dalla terra che dal ventre e che solo per caso diviene la ritmica che scandisce la loro silente e remissiva riduzione in schiavitù. L’entroterra campano come terra di mostri familiari e di insidie adulte che le due sorelle, sculture mistiche con occhi da cerbiatte, attraversano in cerca di quella libertà che possa davvero “riunirle”. In “Indivisibili” i cattivi spurgano dall’ ambiente come fumi intossicanti di rifiuti interrati. Non figurine di cartapesta di un qualsiasi presepio avariato ma autentiche proiezioni visive di una malattia sociale che può chiamarsi alternativamente miseria, fede prezzolata e viltà. Le due sorelle invece diventano fulgidi riflessi dell’unica santità possibile nella terra degli orchi: quella dell’amore e dell’indipendenza da ogni coercizione. Il film celebra (e per fortuna non se ne vergogna) questi valori, incantando per la delicatezza dell’approccio e convincendo per il modo in cui riesce a coniugare asciuttezza di stile e visionarietà etnica (alcuni scorci paiono sospesi tra il realismo arido di Gomorra e la fiaba). Angela e Marianna Fontana, gemelle e per la prima volta attrici (straordinarie), prestano volti, corpi e voci a quelle due figure “santificate” a forza ma angelicate per caso. Dal vivo emanano lo stesso candore e l’entusiasmo di vivere delle protagoniste di quella fiaba musicale. E anche se il disegno con il quale le omaggio durante la conferenza stampa dei Nastri d’Argento 2017 le ritrae meste e accorate come le madonnine impersonate nella sequenza più fosca del film, la luce che emanano dagli occhi (soprattutto quando accolgono con un entusiasmo sincero e toccante il loro dono) narra invece la storia di due talenti che aspettano solo di aprirsi al mondo.  Due autentiche gemme che già trasudano cinema. Indivisibilmente uniche.

(Nella foto Andrea Lupo, Angela e Marianna Fontana, il collega Lucio Di Mauro)

Testo e disegno di Andrea Lupo

Foto di Donatello Scuto

 

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