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Nastri d’Argento 2016, un compleanno a lungo atteso

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Un compleanno in abito scuro. Non quello festaiolo delle occasioni gioiose ma l’altro dei cerimoniali mesti e riflessivi. E’ stato l’abito indossato silenziosamente dall’edizione 2016 dei Nastri d’Argento, storico premio cinematografico giunto a un glorioso traguardo, quello dei 70 anni. Di quell’abito il pubblico dei cinefili-tifosi (o dei tifosi-cinefili?) non si è accorto perché fin troppo preso dalla “disperazione” per quell’ultimo pallone calciato male. Forse non se ne sono accorti nemmeno loro, quei venerandi Nastri piegatisi  (per ossequio popolare o necessità del ticket-office?) al maxi-schermo di Italia-Germania. Il lutto dei morti di Dacca, insieme alla sempre più marciante insicurezza globale, si legava, non idealmente ma solo temporalmente, allo sconforto per un quarto di finale andato storto. Ma, v’è da chiedersi cinicamente, quale dei due è davvero più bruciante per il patriottismo tutto italioto?  E che cosa, alla fine di tutto sarebbe opportuno menzionare durante una mutilata cerimonia di premiazione (una festa a lungo attesa) slittata fino a notte? Le morti assurde, i rigori della discordia o la scomparsa di un maestro come Michael Cimino (completamente ignorata proprio durante una manifestazione cinematografica di tale importanza)? La luna inargenta dubbiosa la mezzanotte al Teatro Antico di Taormina ponendosi forse le medesime domande, mentre sotto di lei prende finalmente il via un cerimoniale a lungo atteso ma anche (per logiche ripercussioni da orario) frettoloso, che finisce per mortificare premi e premiati. Accontentiamoci dei verdetti allora, nonostante una gara un po’ inficiata (almeno secondo il giudizio di chi scrive) dall’assenza di “Sangue del mio sangue” (Bellocchio nuovamente ignorato dopo l’affronto subito ai David), dell’abbagliante “Per amor vostro” e dell’ambizioso “A bigger splash” ma, nonostante queste dimenticanze, più equilibrata di quella consumatasi invece agli ultimi David di Donatello.

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Tutto o quasi come da previsione. Virzì si conferma campione assoluto nell’arte di trattare “seriamente” un genere come la commedia all’italiana. Il suo accorato “La pazza gioia” si porta a casa i premi per regia, sceneggiatura, costumi, colonna sonora e per le due – a onor del vero meritevoli- interpreti e cioè Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, affiatate sullo schermo così come sul palco. Ritirano il premio mano nella mano come due sorelle, scambiandosi smozzicate e toccanti manifestazioni d’affetto. Un’alchimia a cui si crede subito.  Surclassano l’altro duo femminile della stagione 2015-2016, la coppia di fatto Ferilli-Buy di “Io e lei”, film premiato per l’attualità del soggetto in era pre-Cirinnà. Di eccellenti duetti maschili sono fatti però anche gli altri due importanti film dell’anno, il tostissimo nerd all’italiana “E lo chiamavo Jeeg Robot” e il sincero, quasi pasoliniano “Non essere cattivo” del (tardivamente) compianto maestro Claudio Caligari. A unire i due titoli sta l’impetuosità recitativa del bravissimo Luca Marinelli, passato dall’introspezione un po’ depressa di Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts) alle detonazioni, ora introverse ora istrioniche, dei suoi formidabili vilains di stagione, il disperato Cesare e la nemesi da cine-comics lo Zingaro.

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Il premio da lui meritato come non protagonista stavolta si sarebbe dovuto “sdoppiare” per abbracciare anche un’altra promessa di stagione, il talentuoso Alessandro Borghi. In “Suburra” e “Non essere cattivo” l’attore romano incide a fuoco sulle sue carni due memorabili e sfumatissimi personaggi. E sono performance che, se non gli permettono di battere un indimenticabile Marinelli, gli consentono almeno di guadagnarsi il premio Graziella Bonacchi (in memoria della storica talent scout scomparsa prematuramente) quale “attore rivelazione dell’anno”. L’emozione e l’umiltà manifestate da Borghi sul palco sono un momento sincero che fa dimenticare il disinvolto oblio toccato in sorte a uno dei migliori film di genere italiani degli ultimi anni e cioè “Suburra” (premi solo per la scenografia e per la tosta, bravissima Greta Scarano). Un palmarès soddisfacente quello degli attori, capace di bilanciare alcune illogicità registrate ai David di Donatello (come i premi alle interpreti femminili di “Jeeg Robot” efficaci sì ma lontane dall’essere figure femminili potenti o sfaccettate), e soprattutto di osare di più nei confronti del cinema di genere. Gli stessi riconoscimenti attribuiti a “Veloce come il vento” (montaggio e Stefano Accorsi quale attore protagonista, oltre alla menzione per la giovane esordiente Matilda De Angelis) sembrano suggerire questa rinnovata attenzione. E anche se i Nastri quest’anno non hanno voluto abbracciare troppo l’introspezione, lasciando a un titolo come “L’Attesa” solo il Nastro Europeo per la Binoche e il Premio Siae per la sceneggiatura, l’eccellente esordio di Piero Messina verrà ricordato come una delle visioni più fulgide e stranianti venute fuori dalle aride e fumanti pendici dell’Etna.

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Il popolo della commedia può ritenersi soddisfatto per il premio assegnato al campione d’incassi “Perfetti sconosciuti” (Nastri anche al miglior cast e alla miglior canzone firmata Fiorella Mannoia), così come per il premio “Nino Manfredi” andato a due campioni della risata come Carlo Verdone e Antonio Albanese (quest’ultimo presente solo con un video-messaggio). E se a far comicità sul palco ci pensa giusto Sabrina Ferilli sfottendo senza mezzi termini le forme dei soliti indecifrabili trofei (quelli che da anni costringono gli attori a contorsionismi poco eleganti da rituali fotografici), l’altro riconoscimento importante alla commedia, quello consegnato al produttore Pietro Valsecchi, responsabile dell’equazione perfetta chiamata “Checco Zalone”, fa ridere un po’ meno. E non tanto perché il premio si tramuta in occasione per elencare le cifre da capogiro realizzate dai film del comico pugliese (fuor da ogni dubbio gioia e gaudio per gli esercenti), ma perché intimamente si è portati a riflettere su un’industria come la nostra, incapace da anni di realizzare numeri significativi svincolati da un personaggio-icona e ancora priva di un serio piano di rilancio sul mercato internazionale. Fra una serie e l’altra dei tanti milioni di euro elencati (Zalone resta un’oasi irrinunciabile per il mercato interno) il pensiero corre sempre a quella rinascita italiana che non si compie mai veramente.

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Sorvolando in conclusione sulla pregnanza cinematografica di premi Persol, Porsche et similia ( sui quali si interroga pure una perplessa e divertita Valeria Bruni Tedeschi commentando il premio Shiseido a lei assegnato con uno spontaneo “Per lo stile? Io?”), si può passare direttamente a celebrare il momento più bello e significativo della serata, quello del premio assegnato a un signorile e sempre squisito Leo Gullotta, che coi Nastri condivide a partire da quest’anno lo stesso magnifico genetliaco. Nel trentennale de “Il camorrista” di Giuseppe Tornatore (che valse al regista il Nastro d’Argento per il miglior esordio e un David di Donatello a Gullotta quale non protagonista), l’invito finale a realizzare l’accoglienza (senza specificazioni di forma o persone) rivolto dall’attore alla platea del Teatro Antico, suona, in tempi così incerti, disperati e foschi, come la meno scontata ed allusiva delle avvertenze. La più difficile da mettere in pratica perché quella che più ci sottopone a prova. Maestro dell’artifizio che si fa ambasciatore di verità, Leo Gullotta ricorda a tutti noi che anche quando indossa l’abito scuro della mestizia, lo spettacolo può diventare un messo affidabile e speranzoso. Tanti auguri a Leo dunque e tanti auguri ai Nastri d’Argento. Anche per mezzo di quella torta la cui candela sul palco pare non volersi accendere, magari per pudore o forse nel rispetto di lutti lontani e vicini. Poco importa però perché a soffiare simbolicamente sulla fiamma ci pensiamo noi.

Andrea Lupo

 

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