{"id":40706,"date":"2017-01-10T18:26:22","date_gmt":"2017-01-10T17:26:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/?p=40706"},"modified":"2017-01-10T18:30:51","modified_gmt":"2017-01-10T17:30:51","slug":"paterson-e-la-poesia-dellimmobilismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2017\/01\/10\/paterson-e-la-poesia-dellimmobilismo\/","title":{"rendered":"Paterson e la poesia dell&#8217;immobilismo"},"content":{"rendered":"<div id=\"voism-179634269\" class=\"voism-prima-del-contenuto voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-40708\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/locandina-ver-717x1024.jpg\" alt=\"locandina-ver\" width=\"261\" height=\"373\" srcset=\"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/locandina-ver-717x1024.jpg 717w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/locandina-ver-210x300.jpg 210w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/locandina-ver-768x1097.jpg 768w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/locandina-ver.jpg 1280w\" sizes=\"auto, (max-width: 261px) 100vw, 261px\" \/><\/p>\n<p>Paterson. O dell\u2019immobilismo in movimento. Nell\u2019era in cui la fabbrica delle immagini riflette criticamente sulla (sola?) dimensione visiva, <strong>Jim Jarmush<\/strong> si riappropria dell\u2019<em>altra<\/em> dimensione imprescindibile della settima arte e la fa danzare con grazia attraverso lo schermo. Parliamo del tempo ovviamente. E\u2019 lui, non il mite autista Adam Driver e neppure la sonnolenta cittadina Paterson \u2013 quella che ha dato i natali a Pinotto e ospitato poeti anarchici come Iggy Pop e Allen Ginsberg (ma anche anarchici veri come Gaetano Bresci qualche anno prima del regicidio che lo rese famoso)- il vero protagonista dell\u2019ultima fatica dell\u2019indipendente regista americano. Quel tempo che svicola cinematograficamente attraverso le convenzioni dei giorni di una settimana uguale a quella precedente (e probabilmente a quella successiva) e che poi si dilata miracolosamente negli intervalli fra una strofa e l\u2019altra di una improvvisata poesia sulla capocchia di un fiammifero. Spazi bianchi fra versi sparsi che sono come gli interstizi di un\u2019altra realt\u00e0 senza tempo (l\u2019anima). Sette giorni che rifanno il creato in chiave esistenziale, scandendo il nulla della routine, i sogni iniziati e mai portati a termine, l\u2019amore che albeggia fra le lenzuola e l\u2019inerzia che stempera in una birra serale. Quell\u2019immobilismo che solo il cinema sa tramutare in <em>movimento<\/em> e che lo spettatore a sua volta muter\u00e0 in <em>significato<\/em>. Jarmush fa di Paterson non tanto un personaggio ( o un paesaggio) e neppure una visione sociale d\u2019insieme (sebbene la sua cittadina evochi insistentemente ossessioni biografiche e cinematografiche), quanto il luogo di quell\u2019eterna coazione a ripetere che \u00e8 la vita. Ma il suo sguardo,\u00a0 nei confronti di questa umanit\u00e0 quieta e intrappolata nella sua autoreferenziale palla di vetro, non \u00e8 critico e neppure commiserevole, ma \u00e8 piuttosto quello gentile di chi guarda all\u2019esistenza come al miglior dono di cui \u00e8 capace il quotidiano. Comporre sonetti abbeverandosi alla fonte delle esistenze altrui, (re) inventarsi artisti gentilmente iperattivi, rinascere fenici sulle ceneri di un amore mai nato, sono doni e dannazioni al tempo stesso, tappe ricorsive di una realt\u00e0 monotona e necessaria.\u00a0 E se tutto procede uguale in quell\u2019uguaglianza che riflette l\u2019eterno, ci\u00f2 non significa che l\u2019immobilismo non abbia bisogno anch\u2019esso di qualche sbalzo. Ci pensa un bulldog imprevedibile (nella sua proverbiale <em>prevedibilit\u00e0<\/em>) a scossare cassette della posta e aspirazioni, resettando il timer del semplice <strong>esistere<\/strong> e settandolo invece su quello del <strong>vivere<\/strong>. Forse \u00e8 solo il caso o magari un Dio dalle forme canine, di sicuro \u00e8 la forza che ci rimette sui binari, in fuga sopra quel treno lanciato verso certa e (ig) nota destinazione.<\/p>\n<p><strong>Andrea Lupo<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"voism-4156037077\" class=\"voism-fine voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paterson. O dell\u2019immobilismo in movimento. Nell\u2019era in cui la fabbrica delle immagini riflette criticamente sulla (sola?) dimensione visiva, Jim Jarmush si riappropria dell\u2019altra dimensione imprescindibile della settima arte e la fa danzare con grazia attraverso lo schermo. Parliamo del tempo ovviamente. 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