{"id":37587,"date":"2015-09-22T20:01:27","date_gmt":"2015-09-22T18:01:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/?p=37587"},"modified":"2015-11-01T12:17:19","modified_gmt":"2015-11-01T11:17:19","slug":"lattesa-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2015\/09\/22\/lattesa-la-recensione\/","title":{"rendered":"&#8220;L&#8217;attesa&#8221;- la recensione"},"content":{"rendered":"<div id=\"voism-432273661\" class=\"voism-prima-del-contenuto voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div><p><a href=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/50683.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/50683-300x258.jpg\" alt=\"50683\" width=\"300\" height=\"258\" class=\"alignnone size-medium wp-image-37601\" srcset=\"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/50683-300x258.jpg 300w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/50683-1024x881.jpg 1024w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/50683.jpg 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Attesa. Come sosta obbligata nell\u2019esistenza o intervallo che separa la vita da un futuro scampolo di vita. Attesa come tappa dolorosa e inesorabile di una spietata via crucis che nessuno vorrebbe. L&#8217;Attendere come l&#8217;indugiare, tardando ancora un po\u2019 sulla soglia dell\u2019insostenibile e perfino illudendosi di fermare il tempo con l\u2019artificio o la menzogna. Quella bugia creata per altri ma necessaria, innanzitutto, a noi stessi. L\u2019attesa ha molte forme nel lungometraggio d\u2019esordio del calatino Piero Messina, tanti percorsi quanti la via del dolore pu\u00f2 suggerire e spianarci dinanzi. Perfino la via di un inganno (quello di una madre che tace la morte del figlio alla fidanzata giunta dall\u2019estero) tendenzialmente odioso  che diventa per\u00f2, progressivamente, condizione indispensabile per troncare quel singhiozzo rimasto ancora in sospeso. \u201cL\u2019attesa\u201d \u00e8 dunque la cronaca di un pianto che non erompe, di quella pietra conficcata nell\u2019anima che \u201cattende\u201d di scivolare gi\u00f9 nell\u2019abisso per liberare lo spasmo necessario. E\u2019 l\u2019elaborazione di un lutto (il peggiore di tutti) attraverso la pietosa ma consapevole negazione di esso, ma anche il commiato di una madre al fantasma del figlio, fatto attraverso gesti, parole e sguardi amorevoli mutati in eredit\u00e0 destinate ad altri. Ed \u00e8 un\u2019attesa che si evolve, cinematograficamente, attraverso chiaroscuri studiati ma affascinanti e scorci siciliani (Caltagirone, Chiaramonte Gulfi e Ragusa Ibla) tanto solari quanto aspri e soffocanti. Tributi a una diversa, stordente &#8220;grande bellezza&#8221; che non divengono mai omaggio paesaggistico fine a se stesso ma autentico atto di riverenza nei confronti di una terra vitale e palpitante. Qualcuno a Venezia &#8217;72 ha parlato di manierismo da opera prima tirando in ballo il curriculum di Messina, gi\u00e0 allievo di Paolo Sorrentino, per quei ralenti ricercati o per gli stranianti accostamenti fra musica e immagini. Pure questioni di lana caprina che non inficiano l\u2019esito complessivo di un esordio coerente e solo a tratti stilisticamente compiaciuto, dove l\u2019intensit\u00e0 complessivamente percepita supera di gran lunga ogni forzatura autoriale. Il regista infatti si affranca dal maestro Sorrentino (dal quale eredit\u00e0 semmai una certa propensione alla coreografia dell\u2019inquadratura) trovando una propria ed inedita strada espressiva nel dialogo fra corpi, cose e luoghi, e nella giustapposizione (per forza di cose \u201csimbolica\u201d) fra squarci suggestivi (la villa, le pendici fumose dell\u2019Etna, le scalinate illuminate dalle luci del triduo pasquale) e oggetti (il materassino rosa, il cibo in cui si affondano le mani, le statue mute e \u201clegate\u201d). Questi ultimi cessano di essere solo elementi esornativi disseminati nella trama e divengono invece appendici concrete in cui le anime (in pena) delle protagoniste trovano di volta in volta appigli ai quali sorreggersi o proiezioni del proprio tormento. E\u2019 in questa fusione manifesta fra corpi e contesto che il film di Piero Messina dimostra di voler  camminare con gambe proprie, manifestando altres\u00ec una vitalit\u00e0 che, per un\u2019opera prima, \u00e8 unicamente da elogiare e custodire. Il suo film, al di l\u00e0 di ogni ragionevole critica, resta un manuale del dolore silenziosamente assordante e visivamente lancinante, al quale aderiscono con generosit\u00e0 e convinzione le performance delle due protagoniste, la bellissima e amabile Lou De Laage e una sempre magnifica Juliette Binoche il cui strazio e intensit\u00e0 sembrano provenire dalla Julie di \u201cTre Colori-Film Blu\u201d. E\u2019 grazie a loro se il film riesce nel non facile obiettivo di rendere visivamente tangibile l&#8217;irrappresentabile, e se quel macigno sospeso a met\u00e0 pu\u00f2 sbriciolarsi finalmente nel suo abisso. Sotto il peso, naturalmente, di lacrime amare e lungamente \u201cattese\u201d. <\/p>\n<p>Andrea Lupo            <\/p>\n<div id=\"voism-858213339\" class=\"voism-fine voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Attesa. Come sosta obbligata nell\u2019esistenza o intervallo che separa la vita da un futuro scampolo di vita. Attesa come tappa dolorosa e inesorabile di una spietata via crucis che nessuno vorrebbe. L&#8217;Attendere come l&#8217;indugiare, tardando ancora un po\u2019 sulla soglia dell\u2019insostenibile e perfino illudendosi di fermare il tempo con l\u2019artificio o la menzogna. 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