{"id":36264,"date":"2015-01-16T18:05:08","date_gmt":"2015-01-16T17:05:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/?p=36264"},"modified":"2015-01-31T08:20:41","modified_gmt":"2015-01-31T07:20:41","slug":"big-eyes-di-tim-burton-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2015\/01\/16\/big-eyes-di-tim-burton-la-recensione\/","title":{"rendered":"&#8220;Big Eyes&#8221; di Tim Burton  la recensione"},"content":{"rendered":"<div id=\"voism-4165270282\" class=\"voism-prima-del-contenuto voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div><p><a href=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2015\/01\/16\/big-eyes-di-tim-burton-la-recensione\/big-eyes-poster\/\" rel=\"attachment wp-att-36282\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-36282\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/Big-Eyes-poster-300x200.jpg\" alt=\"Big-Eyes-poster\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/Big-Eyes-poster-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2015\/01\/Big-Eyes-poster.jpg 660w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Torna Tim Burton al cinema e lo fa con un film definito dai pi\u00f9 come poco \u201cburtoniano\u201d. Ma i pi\u00f9, va detto subito, stavolta si sbagliano perch\u00e9 \u201cBig Eyes\u201d \u00e8 un film assai pi\u00f9 personale quanto lo sar\u00e0 mai, per fare un esempio, \u201cAlice in Wonderland\u201d. Perch\u00e9 nella storia dell\u2019artista Margareth Keane, la pittrice dei bambini dagli occhi grandi, ricorrono sottili ma intensi riferimenti alla stessa biografia del regista di Burbank. E non parliamo, ovviamente, dell\u2019incredibile vicenda della \u201cpaternit\u00e0\u201d (o maternit\u00e0) dei quadri, che il truffaldino consorte della Keane si attribu\u00ec per anni allo scopo di vendere meglio le sue opere, quanto di quel conflitto fra le insopprimibili esigenze artistiche individuali e le ragioni del marketing che invece mirano a incanalarle e ad appropriarsene, fino alla \u201cspersonalizzazione\u201d dell\u2019artista stesso.<\/p>\n<p>Va detto infatti che Tim Burton prest\u00f2 inizialmente il suo talento di illustratore immaginifico e freak alla causa dell\u2019industria disneyana. Sotto l\u2019egida della casa di pap\u00e0 Walt veniva annoverato tra i ranghi di quella \u201cmanodopera\u201d invisibile artefice di prodotti convenzionali come \u201cRed e Toby nemici amici\u201d, laddove, contemporaneamente, le sue prime incursioni nel gotico, grazie a cortometraggi cult quali \u201cVincent\u201d e \u201cFrankenweenie\u201d, facevano gi\u00e0 storcere il naso ai papabili dello studios di Topolino &amp; Co. Tracce di quel conflitto, risoltosi poi con l\u2019abbandono del lavoro di animatore e la magnifica carriera d\u2019autore che ne \u00e8 seguita, sembrano emergere subito in \u201cBig Eyes\u201d, dove si parla di arte come urgenza dello spirito (gli occhi grandi, cifra stilistica della Keane, sembravano quasi una dichiarazione di esistenza dell\u2019autrice, donna e artista nei difficili anni \u201950) e di arte come fenomeno serializzato e finalizzato al consumismo di massa ( di cui poster e cartoline rappresentano segni tangibili e indiscutibili). Uno scontro fra buoni e cattivi, o se volete fra &#8220;freaks&#8221; borghesi ed ordinari, sullo sfondo delle stesse villette color pastello di \u201cEdward mani di forbice\u201d. Contenuti tipicamente \u201cburtoniani\u201d questi che si schiantano sulla superficie estetica di un racconto privo di eccessi registici, visioni azzardate (eccetto una) e di fanfare alla Danny Elfman, tutte mancanze da cui \u00e8 partita la denuncia di film \u201cpoco burtoniano\u201d.<\/p>\n<p>Il regista in realt\u00e0 baratta quel manierismo in cui era caduto con il suo successo commerciale pi\u00f9 grande (il gi\u00e0 citato \u201cAlice\u201d) con una inedita compostezza formale, forse un po&#8217; eccessiva per molti fan ma di sicuro non meno efficace nel rendere comunque &#8220;nera&#8221; la sua favola. Perch\u00e9 i mostri stavolta non si concretizzano in personaggi fuori dalle righe (ad eccezione di un istrionico ed eccessivo Christolph Waltz) ma in una silente, sottomessa accettazione di un destino gi\u00e0 deciso da altri. E anche se le tenebre stavolta sembrano essere poco rappresentate, quella luce che filtra tra le ombre (vedi la camera della pittura della Keane) appare pi\u00f9 nera e opprimente della notte. Manca, va detto, il controcanto di un coro (le classiche figure di contorno &#8220;burtoniane&#8221; qui restano poco pi\u00f9 che bozzetti), ma la narrazione, nel complesso, riesce a centrare comunque il suo bersaglio. &#8220;Big Eyes&#8221; resta dunque un canto imperfetto ma libero, l\u2019insuccesso (annunciato?) di un autore che cerca di spogliarsi da se stesso solo per &#8220;ritrovarsi&#8221; nuovamente (attraverso la storia di un&#8217;artista che si riappropria della sua anima). Un autore che ha deciso coraggiosamente di abbandonare le masse solo per inseguire la sua &#8220;nuova&#8221; realt\u00e0. Guardandola, ovviamente, con occhi pi\u00f9 GRANDI.<\/p>\n<p>Andrea Lupo<\/p>\n<div id=\"voism-2074267515\" class=\"voism-fine voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Torna Tim Burton al cinema e lo fa con un film definito dai pi\u00f9 come poco \u201cburtoniano\u201d. Ma i pi\u00f9, va detto subito, stavolta si sbagliano perch\u00e9 \u201cBig Eyes\u201d \u00e8 un film assai pi\u00f9 personale quanto lo sar\u00e0 mai, per fare un esempio, \u201cAlice in Wonderland\u201d. 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