{"id":36213,"date":"2014-12-05T09:16:42","date_gmt":"2014-12-05T08:16:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/?p=36213"},"modified":"2015-01-28T19:53:51","modified_gmt":"2015-01-28T18:53:51","slug":"hunger-games-il-canto-della-rivolta-parte-1-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2014\/12\/05\/hunger-games-il-canto-della-rivolta-parte-1-la-recensione\/","title":{"rendered":"Hunger Games: Il canto della rivolta parte 1- La recensione"},"content":{"rendered":"<div id=\"voism-77404085\" class=\"voism-prima-del-contenuto voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div><p><a href=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2014\/12\/05\/hunger-games-il-canto-della-rivolta-parte-1-la-recensione\/image-201\/\" rel=\"attachment wp-att-36245\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-36245\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2014\/12\/image-300x187.jpg\" alt=\"image\" width=\"300\" height=\"187\" srcset=\"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2014\/12\/image-300x187.jpg 300w, https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2014\/12\/image.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Era lecito attendersi, anche per una delle saghe meno \u201cyoung\u201d e pi\u00f9 \u201cadult\u201d di sempre come quella di \u201cHunger Games\u201d, che alla fine potesse giungere la classica e inevitabile (seppur lieve) battuta d\u2019arresto. Per intenderci, non stiamo dicendo che questo \u201cCanto della rivolta-parte I\u201d sia un film poco riuscito o un capitolo non all\u2019altezza dello standard (visivo e tematico) stabilito dalle due precedenti pellicole. Tuttavia resta innegabile che la suddivisione in due parti dell\u2019ultimo atto della saga distopica ideata da Suzanne Collins, non ha fatto bene al ritmo quasi perfetto della \u201cmancata\u201d trilogia.<\/p>\n<p>Alla fine il marketing (perch\u00e9 tale operazione non pu\u00f2 avere altre motivazioni possibili) ha avuto la meglio sulla tenuta narrativa dell\u2019insieme e tutta la prima parte del \u201cCanto della rivolta\u201d verr\u00e0 ricordata, nonostante alcuni bei momenti, come un capitolo meramente \u201cinterlocutorio\u201d, con una Katniss meno memorabile della riluttante eroina che sacrificava se stessa per gli affetti familiari (nel primo Hunger Games) o capace di incrinare pericolosamente il sistema dall\u2019interno dei giochi (La ragazza di fuoco). Nel 3 capitolo e \u00bd della saga si assiste pi\u00f9 ai suoi dissidi interni, fra fedelt\u00e0 alla causa dei ribelli e desiderio di salvare Peeta, che alla rappresentazione di quella rivoluzione individuale (nata un po\u2019 per caso e un po\u2019 per necessit\u00e0) che aveva fatto \u201cempatizzare\u201d il pubblico di mezzo mondo con lei.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 da un personaggio come Katniss, istintuale, diretto e ferino, ci aspettiamo che la conversione alla causa sia gi\u00e0 maturata dopo aver testato sulla propria pelle gli effetti della malattia sociale di Panem, e non che invece avvenga dopo l&#8217;ennesima presa d&#8217;atto del genocidio all&#8217;interno dei distretti. Quel persistente rivolgersi a Peeta e al suo destino infatti fanno sorgere il dubbio che a Katniss interessi pi\u00f9 tirarsi fuori (dai giochi), e magari godersi la pensione col collega di distretto, piuttosto che divenire l&#8217;incarnazione della ghiandaia imitatrice simbolo di speranza e stimolo di lotta continua per le masse. Sono lievi crepature nella solidit\u00e0 di un personaggio quelle segnalate, digeribili su carta magari ma che, almeno secondo la visione dello spettatore medio, sortiscono l\u2019effetto di uno svilente e non necessario \u201callungamento\u201d psicologico (oltre che una pericolosa deriva verso il solito dissidio amoroso tipico delle saghe adolescenziali).<\/p>\n<p>Inevitabili forse, di sicuro non del tutto positivi, effetti collaterali che fortunatamente vengono bilanciati dall\u2019introduzione di \u201cspalle\u201d di lusso che svolgono egregiamente il proprio compito come la presidentessa Alma Coin interpretata da Julianne Moore e il curatore di immagine Plutarch, di cui indossa i panni il compianto Philip Seymour Hoffman. E\u2019 grazie a loro che il \u201cCanto della rivolta\u201d riesce a riservare qualche sorpresa e a non annegare nel compitino diligente ma dimenticabile. La costruzione dei Pass-pro della Ghiandaia, con tanto di comparse digitalizzate, trucco e parrucco e slogan preconfezionati a cura della Resistenza, rimandano in modo speculare alle metodologie pubblicitarie usate da Capitol City per sponsorizzare i \u201cgiochi della fame\u201d nel primo capitolo e finiscono per creare un ambiguo parallelo (o coincidenza) fra oppressi e oppressori, quantomeno per la medesima spregiudicatezza con cui entrambe le parti mirano ad accattivarsi le masse.<\/p>\n<p>E se nel caso degli hunger games si tratta dell\u2019aristocrazia opulenta, griffata e affamata di sensazioni forti, nella causa della \u201cGhiandaia\u201d sono invece quei ribelli anonimi gi\u00e0 destinati al martirio di massa come una qualsiasi fanteria. E\u2019 in questi momenti che il Canto della rivolta tocca (involontariamente?) il territorio del meta-cinema, con quegli spot preconfezionati che sembrano gi\u00e0 dei coming soon e nell\u2019ambiguit\u00e0 con cui mostra la costruzione del messaggio politico-rivoluzionario, fin troppo simile allo spot di un qualsiasi leader sprovvisto, dietro le quinte, di carisma e genuinit\u00e0 (e se trovate strane assonanze con l&#8217;attuale realt\u00e0 politica vuol dire soltanto che \u00e8 la verit\u00e0). Alla fine, sembra voler dire il film durante questi &#8220;picchi&#8221; narrativi, quel che conta \u00e8 solo accaparrarsi una platea convinta. Si tratti del popolo tele-dipendente di Panem o dei ribelli per giusta causa. E, aggiungeremmo noi, anche di quel pubblico di mezzo globo accorso in massa per le avventure &#8220;a met\u00e0&#8221; di un&#8217;eroina chiamata Katniss&#8230;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2014\/12\/05\/hunger-games-il-canto-della-rivolta-parte-1-la-recensione\/image-278\/\" rel=\"attachment wp-att-36248\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-36248\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2014\/12\/image1.jpg\" alt=\"image\" width=\"150\" height=\"95\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Testo e disegno di Andrea Lupo<\/p>\n<div id=\"voism-773744161\" class=\"voism-fine voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Era lecito attendersi, anche per una delle saghe meno \u201cyoung\u201d e pi\u00f9 \u201cadult\u201d di sempre come quella di \u201cHunger Games\u201d, che alla fine potesse giungere la classica e inevitabile (seppur lieve) battuta d\u2019arresto. 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