{"id":34317,"date":"2014-06-19T15:53:15","date_gmt":"2014-06-19T13:53:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/?p=34317"},"modified":"2014-11-22T11:38:09","modified_gmt":"2014-11-22T10:38:09","slug":"recensione-jersey-boys-di-clint-eastwood","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2014\/06\/19\/recensione-jersey-boys-di-clint-eastwood\/","title":{"rendered":"Recensione \u201cJersey Boys\u201d di Clint Eastwood"},"content":{"rendered":"<div id=\"voism-315168235\" class=\"voism-prima-del-contenuto voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div><p>\n\t<a href=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/2014\/06\/19\/recensione-jersey-boys-di-clint-eastwood\/image-277\/\" rel=\"attachment wp-att-34356\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"image\" class=\"alignleft size-full wp-image-34356\" height=\"183\" src=\"http:\/\/www.voismagazine.it\/dp\/wp-content\/uploads\/2014\/06\/image49.jpg\" width=\"275\" \/><\/a>&ldquo;Big Girls don&rsquo;t cry&rdquo; intonavano i Four Seasons all&rsquo;inizio di &ldquo;Dirty Dancing&rdquo;, quando l&rsquo;ingenua Baby giungeva nel villaggio turistico che le avrebbe cambiato per sempre la vita. Frankie Valli cantava l&igrave; delle &ldquo;grandi ragazze che non piangono&rdquo; mentre il suo falsetto inconfondibile siglava il &ldquo;mood&rdquo; di un film destinato a diventare da subito un cult adolescenziale. Li ho conosciuti cos&igrave; i Four Seasons, grazie a quel cinema che resta tutt&rsquo;oggi il miglior jukebox per canzoni ed emozioni lontane nel tempo (soprattutto per quelle che non si suonano pi&ugrave; neanche al prezzo di una monetina). Il cinema del sempre pi&ugrave; puro e classico Clint Eastwood ci porta dritti dentro quel dimenticato jukebox grazie a un film dallo stile fresco, dinamico e coinvolgente come &ldquo;Jersey Boys&rdquo;. Una pellicola capace di raccontare un pezzo di storia (musicale) con invidiabile scioltezza e insieme di riflettere sul tempo che avanza con leggera ma mai superficiale onest&agrave;. Perch&eacute; &egrave; innegabile che il fil rouge che attraversa le pellicole del grande Clint nell&rsquo;ultimo ventennio sia proprio il ticchett&igrave;o di quell&rsquo;orologio cui &egrave; legata inesorabilmente la condizione umana (era il tramonto di un&rsquo; epoca ne Gli Spietati, l&rsquo;attesa della fine in Million Dollar Baby, l&rsquo;aldil&agrave; di Hereafter e cos&igrave; via). E per un autore &ldquo;roccioso&rdquo; come lui, che ha girato (magnificamente diciamolo) la boa degli 84 anni, riflettere su quel tempo che &egrave; dato agli uomini diventa quasi una scelta obbligata oltre che, indubbiamente, &ldquo;morale&rdquo;. Ecco quindi che nell&rsquo;omonimo spettacolo musicale di Broadway (puntualmente ricoperto di successo e allori) cui la pellicola si ispira, il regista deve aver trovato non soltanto l&rsquo;occasione per restituire lo scintillio degli (apparentemente) spensierati Sixties, ma anche un nuovo e fresco espediente per meditare, in quel suo stile sempre classico e impeccabile, sull&rsquo;uomo e sulle sue scelte. Del resto la stessa &ldquo;trovata&rdquo; di affidarsi alla narrazione diretta dei protagonisti che si rivolgono a turno alla camera (e quindi al pubblico) vale gi&agrave; a creare un distacco &ldquo;critico&rdquo; fra quanto vissuto all&rsquo;epoca dagli stessi e quanto invece acquisito dalla loro esperienza, oltre ad evidenziare la natura di un&rsquo;operazione piuttosto lontana dalla semplice o sterile rievocazione di un&rsquo;epoca. Agli spettatori alla fine della storia tocca ovviamente l&rsquo;oro (e la musica s&rsquo;intende) ma anche le crepe dell&rsquo;indoratura. E soprattutto tocca farsi testimoni di quel bilancio sempre un po&rsquo; amaro stilato dal regista nel corso di una narrazione che mescola ilarit&agrave; iniziale in stile &ldquo;goodfellas&rdquo; alle emergenti incomprensioni caratteriali del gruppo, truffe alle spalle di tutti e un senso dell&rsquo;amicizia e del dovere che cercano di sopravvivere nonostante le batoste familiari e della vita. E se brani come &ldquo;Sherry&rdquo; &ldquo;Walk like a man&rdquo; e &ldquo;Rag Doll&rdquo; risuonano nei jukebox generazionali come bandiere di spensieratezza tipicamente anni &lsquo;60, un singolo &ldquo;festaiolo&rdquo; come &ldquo;Cant&rsquo; take my eyes off you&rdquo; (erroneamente attribuito alla sua interprete pi&ugrave; famosa, Gloria Gaynor), nel film viene restituito per quello che &egrave; sempre stato; un gesto del cuore reso a un amico per superare un lutto altrimenti insostenibile. Lo interpreta un Frankie Valli-John Lloyd Young tra le luci sfolgoranti del teatro e il brillio degli occhi ancora lucenti di lacrime mentre viene consacrata davanti al pubblico la regola pi&ugrave; vecchia e inossidabile del palcoscenico: the show must go on. Da encomio l&rsquo;intero cast di splendidi semi-sconosciuti scelto da Eastwood con il solo &ldquo;noto&rdquo; Christopher Walken (sempre maiuscolo nonostante i pochi minuti complessivi di apparizione) a impreziosire l&rsquo;insieme. Un gioiello di fine stagione che merita assolutamente di essere visto sfidando il caldo e il calcio. Non ve ne pentirete.\n<\/p>\n<p>\n\tAndrea Lupo<\/p>\n<div id=\"voism-4013327325\" class=\"voism-fine voism-entity-placement\"><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Y0db7E\" aria-label=\"\"><\/a><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&ldquo;Big Girls don&rsquo;t cry&rdquo; intonavano i Four Seasons all&rsquo;inizio di &ldquo;Dirty Dancing&rdquo;, quando l&rsquo;ingenua Baby giungeva nel villaggio turistico che le avrebbe cambiato per sempre la vita. 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